Da atleta ad allenatore, cosa succede quando si passa dall’altra parte?

Federer con Edberg, Djokovic con Becker, sono solo alcuni dei molti grandi sportivi che hanno scelto di essere allenati dai campioni del passato. Non è una moda circoscritta al mondo del tennis, ma un fenomeno trasversale a tutti gli sport.

Un atleta cerca nel suo allenatore competenza tecnica prima di tutto, ed esperienza nel ruolo. Ma nei momenti di crisi di gioco, risultati o motivazione, un atleta cerca soprattutto uno specchio in cui riflettere i propri dubbi e trovare comprensione. Per questo motivo, probabilmente, è portato a cercare la guida di un guru della propria disciplina, qualcuno che oltre alle qualità tecniche abbia anche una grande esperienza sul campo, in termini di gioie e dolori, da portare in dote. Qualcuno che l’atleta senta vicino e cui si affidi con più fiducia.

Occorre però prestare attenzione ad alcune criticità che potrebbero presentarsi nella relazione tra atleta e allenatore – ex campione. Ad esempio, pur rilevando che il cambio della guida tecnica nella maggior parte dei casi coincide con un’impennata delle prestazioni – grazie agli stimoli e alle sfide che derivano da nuovi metodi di allenamento – l’atleta potrebbe subire un momentaneo appagamento e cadere nell’errore di pensare che con un coach tanto vincente, non sia possibile non vincere. Un atteggiamento mentale molto pericoloso perché delega ogni responsabilità a una figura esterna, mentre il principale attore del cambiamento non può che essere l’atleta stesso.

Difficoltà maggiori, invece, potrebbe incontrarle l’allenatore-ex campione. Può capitare, soprattutto a chi è al suo primo incarico, di avere difficoltà a scindere i ruoli. La divisa da allenatore comporta responsabilità nuove e metodi di programmazione degli obiettivi diversi. Quali sono allora, in generale, i suggerimenti per un ex atleta che passa dall’altra parte?

1 – Uno degli errori più frequenti è quello di proiettare il proprio vissuto sportivo sull’atleta, creando un filtro che non permettere di coglierne i bisogni reali o che induce a minimizzare le difficoltà avvertite, perché questi non trovano corrispondenza nell’esperienza da giocatore del Coach. Quindi mai dare per scontato che potenzialità e limiti dell’atleta coincidano con quelli sperimentati dal Coach: quello che ha reso grande un allenatore potrebbe non essere la formula esatta anche per i suoi atleti.

2 – Dare sempre molta importanza alla comunicazione coach-atleta, una capacità che si apprende con il tempo e l’esercizio, che va coltivata e solo raramente è innata. Saper dare feedback, saper spiegare una tecnica, una strategia nel modo più efficace è fondamentale per rendere fruibile all’atleta più giovane la preziosa esperienza accumulata dal coach.

3 – Un altro aspetto da non sottovalutare è la capacità di non lasciarsi eccessivamente coinvolgere dall’aspetto agonistico della gara, per poter mantenere una lucidità strategico- tattica.

4 – Spesso si sente parlare di solitudine dell’allenatore e prima o poi tutti i coach la sperimentano. Nel caso di un ex atleta che passa dall’altra parte è una sensazione più difficile da gestire, occorre abituarsi a un modo diverso di fare squadra, che coinvolga prima di tutto lo staff tecnico, senza ovviamente rinunciare al rapporto umano coi giocatori. Anche l’allenatore-amico deve sapere quando è meglio rimanere fuori dallo spogliatoio.

Alice Buffoni,
Team Psicosport®